04/06/2020 - 18:25

H₂O – la chimica che inquina l’acqua, il nuovo dossier di Legambiente sui contaminanti chimici nei corpi idrici

Sostenibilità ambientale.

Che cosa finisce nelle nostre acque? E con quali impatti su salute e ambiente? Per anni utilizzati come discariche dove smaltire i reflui delle lavorazioni industriali, i nostri fiumi, laghi, acque marino-costiere e falde sotterranee sono stati contaminati da scarichi inquinanti: ma oggi, alle minacce di ieri se ne aggiungono di diverse e non meno insidiose. Dai pesticidi agli antibiotici, dalle microplastiche fino alle creme solari, molte sostanze e composti chimici di quotidiano utilizzo inquinano i corpi idrici.

H2O chimica che inquina

Soltanto qualche settimana fa, l'effetto del lockdown aveva restituito acque più limpide, purtroppo a causa della chiusura di molte attività e non grazie a efficaci politiche e azioni messe in campo per ridurre gli scarichi inquinanti. Il risultato è che con le riaperture l’effetto sembra essere svanito un po’ ovunque. La Fase 2 per Legambiente deve dunque imporre una ripartenza diversa. A cominciare delle industrie che continuano a perseguire metodi e attività incompatibili con la tutela dell’ambiente e delle risorse idriche in particolare, come dimostrano casi ancora aperti quali gli sversamenti illeciti nel fiume Sarno, in Campania, “il più inquinato d’Europa”, o quello del bacino padano, area di maggiore utilizzo europeo di antibiotici negli allevamenti, i cui residui si ritrovano nelle acque.

“La riapertura delle attività produttive – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente –, ci ha restituito in diverse situazioni anche la riattivazione di scarichi inquinanti nelle acque. Un fenomeno che ha un impatto notevole su corpi idrici in molti casi già compromessi da decenni di inquinamento e oggi minacciati anche dalla presenza dei nuovi “contaminanti emergenti”, un rischio per la salute, oltre che per l’ambiente. Di certo non può essere il lockdown la misura per restituirci acque limpide, ma ora che abbiamo tutti visto come sia possibile ritornare ad avere fiumi e laghi puliti, occorre puntare sulle giuste politiche e misure a livello nazionale fin da questa fase di ripartenza. Servono un sistema di controllo e monitoraggio sempre più accurato e uniforme su tutto il territorio nazionale e un’azione di denuncia degli scarichi illegali. Per questo abbiamo deciso di iniziare a raccogliere le segnalazioni sugli scarichi inquinanti da parte delle persone che continueranno ad essere sentinelle sul territorio. Al contempo, occorre intervenire sull’adeguamento e l’ampliamento dei sistemi di depurazione a servizio delle attività industriali e promuovere investimenti e interventi di innovazione tecnologica e ammodernamento degli stabilimenti che vadano in tal senso.  Le storie che abbiamo raccolto in questo dossier ben ci raccontano le pratiche legali e illegali che tutt’oggi continuano ad avvelenare acque, persone e territori. Condotte che non sono più tollerabili, specie in settori che dovrebbero essere protagonisti di una nuova fase di transizione ecologica”.

Segnalaci gli scarichi inquinanti. Con la riapertura della Fase 2, Legambiente invita tutti i cittadini a denunciare eventuali casi d’inquinamento scrivendo e mandando il materiale alla mail onal@legambiente.it dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità dell’associazione. Occorrerà indicare il luogo, la data e l'ora dell'avvistamento di chiazze, schiuma o liquami sospetti, accompagnati da foto e/o video per consentire una prima valutazione dei casi e procedere a un eventuale esposto da parte di Legambiente, che si avvarrà della rete legale dei sui Centri di azione giuridica. Sarà inoltre presto online il form per le segnalazioni “SOS Goletta” che accompagnerà le campagne estive di Legambiente Goletta Verde e Goletta dei laghi.

Il dossier di Legambiente dal titolo H₂O – la chimica che inquina l’acqua fa il punto sulle sostanze inquinanti immesse nei corpi idrici, con numeri, dati e un focus dedicato alle sostanze emergenti (tra queste, ad esempio, fitofarmaci, farmaci a uso umano e veterinario, pesticidi di nuova generazione, microplastiche), raccogliendo anche 46 storie di acque contaminate. Nella Penisola circa il 60% dei fiumi e dei laghi non è in buono stato e molti di quelli che lo sono non vengono protetti adeguatamente. Su dati del registro E-PRTR (European Pollutant Release and Transfer Register), l’associazione ambientalista calcola inoltre che dal 2007 al 2017 gli impianti industriali abbiano immesso, secondo le dichiarazioni fornite dalle stesse aziende, ben 5.622 tonnellate di sostanze chimiche nei corpi idrici. Per questo, alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente, l’associazione ricorda che la corretta gestione e la cura della risorsa idrica devono essere una priorità del Paese insieme alle bonifiche e al rafforzamento della Direttiva Quadro Acque per mantenere gli obiettivi, senza nuovi slittamenti e sotto la revisione degli Stati membri.  E lancia un appello al Governo, affinché una parte considerevole dei mille miliardi di euro stanziati dall’Ue per le politiche ambientali e climatiche finanzi il Green New Deal italiano per favorire il recupero dei ritardi infrastrutturali, l’adeguamento ed efficientamento degli impianti di depurazione e della rete fognaria e acquedottistica, gli interventi di riduzione del rischio idrogeologico. 
 
“Il raggiungimento di una buona qualità ecologica e chimica dei corpi idrici in Europa, che la Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE) aveva fissato al 2015, non è più procrastinabile – dichiara Andrea Minutolo, responsabile scientifico di LegambienteDiverse le cause del mancato conseguimento dei risultati, tra cui gli scarsi finanziamenti erogati, un’attuazione troppo lenta della direttiva da parte degli Stati membri e un’insufficiente integrazione degli obiettivi ambientali nelle politiche settoriali. L’Italia, da questo punto di vista, è in forte ritardo. La piena attuazione della Direttiva Acque, peraltro, è fondamentale per contrastare i cambiamenti climatici: serve a migliorare lo stato ecologico dei corpi idrici, restituire spazio ai fiumi, mitigare il rischio alluvioni ed evitare alterazioni dei corridoi fluviali rispettando la naturalità. Per una ripartenza post-Covid, occorre che anche le aziende facciano la loro parte”.
 
L’Ue ha individuato inoltre 45 sostanze prioritarie rappresentano un “rischio significativo per l’ambiente acquatico o proveniente dall’ambiente acquatico” che gli Stati membri sono tenuti a monitorare: per lo più nelle nostre acque se ne individuano due famiglie, sostanze organiche e metalli pesanti, immesse tramite i processi produttivi o gli impianti di depurazione delle aree urbane. Non meno impattanti, ma considerati emergenti, sono invece le migliaia di contaminanti cui Legambiente dedica uno speciale capitolo: inquinanti dai potenziali effetti avversi su salute e ambiente stimati in oltre 2.700 in commercio, in gran parte non regolamentati. Tra questi, fitofarmaci, farmaci a uso umano e veterinario, pesticidi di nuova generazione, additivi plastici industriali, prodotti per la cura personale, nuovi ritardanti di fiamma e microplastiche. Sostanze magari presenti nelle acque in piccole concentrazioni, ma che interagendo per molto tempo possono creare un “effetto cocktail”. 

Sono 130 mila all’anno, invece, le tonnellate di pesticidi usate nella filiera agricola italiana: secondo l’ISPRA, quantità significative di principi attivi e metaboliti di questi fitofarmaci si ritrovano in acque superficiali (67%) e sotterranee (33%), evidenziando la correlazione fra chimica nelle filiere tradizionali e impatti negativi sul sistema idrico, come sostenuto da sempre anche da Legambiente. Altro rischio sanitario deriva dai contaminanti nelle attività agrozootecniche: una ricerca pubblicata da The Lancet nel 2018 rivela che in Italia avviene un terzo delle 33 mila morti annue nell’Ue da infezioni da AMR (agenti resistenti agli antimicrobici). Nel 2019 l’Agenzia Europea del Farmaco ha evidenziato un uso di antibiotici sproporzionato nei nostri allevamenti: 1.070 tonnellate all’anno, il 16% dei consumi Ue, con il bacino padano area di maggiore utilizzo europeo. 

IN PIEMONTE – Il Piemonte, terra di fiumi e montagne è particolarmente esposto ai rischi di inquinamento delle acque. Non sono pochi i casi degli anni passati che tornano alla mente, ma oggi l’attenzione è catalizzata dal caso dello stabilimento di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria.

“Negli anni passati il circolo di Legambiente Ovadese Valli Orba e Stura aveva già sottolineato e denunciato pubblicamente la problematica dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) – dichiara Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta - Nell’ultimo anno nuovi sviluppi hanno riguardato le attività, le analisi e le riflessioni in questa area. A gennaio 2020 è stato pubblicato un rapporto internazionale Per- and polyfluoroalkylether substances (PFAE): identity, production and use commissionato dal Nordic Council of Ministers 20. Nel rapporto si lamenta la mancanza di trasparenza sia a livello di produzione che nei processi di utilizzo di queste sostanze; lo studio sottolinea infatti come ‘questa mancanza di informazioni mina gli sforzi per proteggere l’ambiente e la popolazione dai rischi associati alla produzione, all’uso e allo smaltimento di questi prodotti chimici. Nel contesto specifico di questo studio, ciò ha impedito la stima dell’esposizione sia per gli esseri umani sia per l’ambiente…’. Sono rischi che non ci possiamo permettere il rischio di correre. Oggi più che mai la chiarezza e la trasparenza è necessaria quando si parla di salute pubblica. Trasparenza ancora lontana da venire”
 
STORIE - Il dossier racconta anche casi di acque inquinate spesso ancora aperti nel nostro Paese che da decenni aspettano bonifiche e riqualificazioni. Partendo da Porto Marghera in Veneto, primo sito nazionale da bonificare individuato nel 1998, passando per la Sardegna con il forte inquinamento da metalli pesanti nella zona industriale di Portoscuso e quello da sostanze organiche, solventi clorurati e idrocarburi nella zona industriale di Porto Torres, per arrivare in Sicilia, a Milazzo, Gela, Augusta Priolo e Melilli, devastate dalle industrie del petrolchimico. In mezzo, altri Siti d’interesse Nazionale: dalla laguna di Grado e Marano in Friuli alla Caffaro di Brescia in Lombardia; dai siti toscani di Piombino, Livorno e Orbetello a quelli marchigiani di Falconara Marittima; dalla Valle del Sacco nel Lazio ai siti pugliesi di Brindisi, Taranto e Manfredonia. Tutte aree dove IPA, PCB, metalli pesanti, diossine, pesticidi e idrocarburi hanno portato a problemi sanitari oltre che ambientali. E ancora, la Campania, con l’inquinamento del fiume Sarno e delle falde del Solofra, e la Terra dei Fuochi; la contaminazione del lago Alaco in Calabria, quella delle acque potabili dei comuni metapontini in Basilicata, del lago d’Orta in Piemonte o dell’acquifero del Parco Nazionale del Gran Sasso, in Abruzzo, dove Legambiente è parte civile nel procedimento penale in corso.

Sono solo alcune delle decine di casi segnalati nel dossier, che si avvale dell’apporto dei circoli locali e regionali di Legambiente. Come per il focus sui pesticidi e sul glifosate in Emilia Romagna. O, ancora, per gli approfondimenti sui casi d’inquinamento da PFAS (composti chimici che rendono le superfici trattate impermeabili ad acqua, sporco e olio): il caso della provincia d’Alessandria, dove è in fase di autorizzazione un progetto che prevede l’utilizzo di una nuova sostanza (cC604) dagli effetti potenzialmente dannosi in un’area in cui “l’eccesso di ricoveri e di mortalità è segnalato da anni”; quello del Veneto dove l’inquinamento da PFAS è storicamente dovuto allo scarico di un’industria chimica e interessa le province di Vicenza, Verona e Padova, minacciando la salute di 300 mila persone; quello della Lombardia, dove l’ARPA ha rilevato PFAS in tutti i bacini della pianura.

Il dossier di Legambiente offre quindi uno sguardo sulle possibilità che le innovazioni tecnologiche aprono sulla tutela degli ambienti idrici, come la tecnologia tutta italiana (frutto di una ricerca del Politecnico di Milano) dei Polymer Flakes, microparticelle polimeriche personalizzabili che, a contatto per pochi secondi con una corrente fluida, consentono di assorbire specie inquinanti presenti nell’acqua.
 
Le proposte di Legambiente – Oltre all’appello al Governo, l’associazione ambientalista rilancia alcune sue proposte. Secondo Legambiente, le microplastiche devono rientrare tra i criteri di valutazione del buono stato delle acque interne. Serve, inoltre, dare spazio all’innovazione tecnologica e ridurre drasticamente l’uso di sostanze di sintesi pericolose in agricoltura. Per farlo occorre approvare i decreti attuativi della Legge 132/2016 che ha istituito il Sistema Nazionale a rete per la Protezione Ambientale (SNPA), consentendo di potenziare, uniformare e migliorare i controlli sul territorio incidendo sulla prevenzione dall’inquinamento.

Il dossier di Legambiente dal titolo H₂O – la chimica che inquina l’acqua è disponibile al link:

www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/06/rapporto_H2O_la-chimica-che-inquina_2020.pdf

Tommaso Tautonico
autore

condividi su

Articoli correlati