26/10/2026 - 19:23

Rischi climatici, il 49% delle imprese italiane ha già subito conseguenze economiche

Secondo il rapporto iSustainability 2026, solo il 31% delle aziende ha già investito nell’adattamento climatico, mentre quasi tre su dieci non prevedono interventi. Per le imprese, la resilienza è sempre più una questione di competitività e continuità operativa.

Rischi climatici

La crisi climatica è già un rischio concreto per le imprese italiane, ma gli investimenti per affrontarne gli effetti non sono ancora sufficientemente diffusi. Quasi un’azienda su due ha subito negli ultimi due anni conseguenze operative o economiche legate al clima, mentre soltanto il 31% ha già realizzato interventi specifici di adattamento. È quanto emerge da La Terza Via della Sostenibilità 2026, l’analisi realizzata da iSustainability su un campione di 96 aziende italiane. I dati evidenziano una distanza tra l’esposizione ai rischi climatici e la capacità delle imprese di prepararsi ad affrontarli, con possibili ricadute su costi, approvvigionamenti e continuità delle attività.

Il tema è stato al centro dell’incontro “Terapie di sistema: innovare con la sostenibilità per orientare il mercato”, organizzato al Talent Garden di Roma con la partecipazione di rappresentanti del mondo imprenditoriale. In questa occasione, Riccardo Giovannini, CEO e co-fondatore di iSustainability, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di mantenere la resilienza climatica tra le priorità delle strategie industriali, indipendentemente dagli orientamenti politici del momento.

«Le imprese programmano investimenti che durano dieci o vent’anni e devono guardare oltre la stagione politica. Transizione energetica, efficienza, resilienza delle filiere e gestione dei rischi climatici restano questioni industriali e incidono sulla capacità di competere», afferma Giovannini.

Adattamento climatico, investimenti ancora insufficienti

Secondo il rapporto iSustainability, la quota di imprese che ha già investito nell’adattamento sale al 45% se si includono anche gli interventi programmati nei successivi 12-24 mesi. Resta però un dato significativo: il 29% delle aziende non prevede alcun intervento. La risposta appare più frequente tra le imprese che hanno già sperimentato direttamente gli effetti della crisi climatica. In questo gruppo, il 57,4% ha effettuato investimenti specifici. Il dato suggerisce che l’esperienza concreta di un danno può accelerare le decisioni, ma evidenzia anche il rischio di intervenire soltanto dopo che le conseguenze economiche si sono manifestate.

Ondate di calore, eventi meteorologici estremi e interruzioni nelle catene di approvvigionamento possono infatti compromettere la produzione e aumentare i costi operativi. Per questo, la pianificazione dell’adattamento può richiedere interventi su impianti, infrastrutture, processi produttivi e organizzazione delle filiere. «Il clima ha già prodotto effetti concreti su una parte rilevante delle imprese, mentre gli investimenti in adattamento restano molto più limitati», osserva Giovannini. «È un tema che deve entrare stabilmente nelle strategie aziendali, perché riguarda la capacità di affrontare rischi che sono già presenti e che accompagneranno le imprese nei prossimi anni».

Le imprese italiane e la gestione dei rischi fisici

Un quadro analogo emerge dall’EIB Investment Survey 2025 della Banca europea per gli investimenti. Secondo i dati citati da iSustainability, il 69% delle imprese italiane dichiara di aver adottato misure per rafforzare la propria resilienza climatica. Tuttavia, soltanto il 17% investe in soluzioni specifiche per ridurre l’esposizione ai rischi fisici e il 18% dispone di una strategia di adattamento. La differenza è rilevante: adottare misure di protezione, per esempio attraverso coperture assicurative, non equivale necessariamente a intervenire sulle vulnerabilità di stabilimenti, infrastrutture e catene di fornitura. Per le aziende, la sfida consiste quindi nel passare da una gestione prevalentemente reattiva a una pianificazione capace di individuare in anticipo le aree più esposte e di integrare i rischi climatici nelle decisioni di investimento.

Sostenibilità e competitività, la transizione continua

Nonostante le incertezze del contesto politico internazionale, i programmi aziendali legati alla sostenibilità mostrano una certa continuità. Secondo la ricerca iSustainability, il 77% delle imprese ha mantenuto invariati gli investimenti previsti in sostenibilità, mentre il 67% considera questi interventi una leva di competitività e innovazione. Anche i flussi globali di capitale indicano il peso crescente delle tecnologie energetiche pulite. Le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) citate da iSustainability indicano per il 2026 investimenti energetici mondiali pari a circa 3.400 miliardi di dollari: 2.200 miliardi destinati alle tecnologie e infrastrutture energetiche pulite e 1.200 miliardi a petrolio, gas e carbone. La quota maggiore degli investimenti è dunque indirizzata verso tecnologie e infrastrutture della transizione, anche se i combustibili fossili continuano ad attrarre capitali ingenti.

Per le imprese, il quadro rafforza la necessità di considerare insieme transizione energetica, adattamento climatico e competitività. Se le politiche pubbliche possono cambiare rapidamente, gli investimenti industriali hanno tempi più lunghi e devono fare i conti con rischi fisici destinati a incidere sulle attività economiche anche nei prossimi decenni.

Marilisa Romagno
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