01/01/2013 - 01:00

Italia insufficiente nel trattamento acque reflue

La Commissione europea ha deciso di ricorrere contro l'Italia dinnanzi alla Corte di giustizia per non aver garantito che le acque reflue provenienti da agglomerati con più di 10 000 abitanti siano adeguatamente trattate prima di essere scaricate in aree sensibili.
La mancanza di idonei sistemi di raccolta e trattamento, previsti dalla legislazione dell'UE già dal 1998, comporta rischi per la salute umana, le acque interne e l'ambiente marino. Nonostante i buoni progressi compiuti dopo il parere motivato in materia del 2011, la gravità delle persistenti lacune ha indotto la Commissione, su raccomandazione del commissario per l'ambiente Janez Potočnik, ad adire la Corte di giustizia dell'UE. Secondo quanto previsto dalla normativa UE in materia di trattamento delle acque reflue urbane, gli agglomerati con oltre 10 000 abitanti dovevano dotarsi di sistemi per la raccolta e il trattamento delle acque reflue entro il 1998. Gli Stati membri sono tenuti inoltre a garantire che le acque che entrano nei sistemi di raccolta subiscano un trattamento "secondario" volto a rimuovere le sostanze inquinanti prima che siano scaricate in mare o in acqua dolce. Gli impianti di trattamento devono inoltre essere in grado di far fronte alle variazioni stagionali di carico delle acque reflue.

L'Italia è in ritardo nell'applicazione della legislazione. Nel 2011 la Commissione ha inviato un parere motivato poiché oltre 143 città in tutto il paese non erano ancora collegate a un idoneo sistema fognario e/o non disponevano di impianti di trattamento secondario o questi ultimi avevano capacità insufficiente. Anche se sono stati compiuti progressi considerevoli, 14 anni dopo la scadenza del termine iniziale almeno 50 agglomerati presentano ancora lacune e sono necessari ulteriori lavori affinché i centri urbani non ancora conformi raggiungano gli standard previsti a tutela dei cittadini e dell'ambiente. Pertanto la Commissione ha deciso di adire la Corte di giustizia dell'UE. E' il secondo procedimento dinanzi alla Corte nei confronti dell'Italia per il trattamento delle acque reflue urbane.

Nel maggio 2010, in un altro caso concernente città più grandi (oltre 15 000 abitanti) che scaricano in aree non sensibili e che avrebbero dovuto conformarsi alla legislazione sul trattamento delle acque reflue urbane entro il 2000, è stato proposto ricorso contro l'Italia dinanzi alla Corte di giustizia europea (cfr. IP/10/528). Inoltre, sono attualmente in corso indagini per valutare la situazione negli agglomerati di dimensioni inferiori, per i quali il termine per conformarsi scadeva nel 2005. Secondo quanto previsto dalla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane, gli Stati membri sono tenuti ad assicurarsi che gli agglomerati (città, centri urbani, insediamenti) raccolgano e trattino in modo adeguato le proprie acque reflue urbane. Le acque reflue non trattate possono essere contaminate da batteri e virus nocivi e rappresentano pertanto un rischio per la salute pubblica. Esse contengono tra l'altro nutrienti come l'azoto e il fosforo che possono danneggiare le acque dolci e l'ambiente marino favorendo la crescita eccessiva di alghe che soffocano le altre forme di vita, processo conosciuto come eutrofizzazione.
Tommaso Tautonico
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