25/08/2026 - 11:51

Smog da traffico e tumori: anche una piccola quota di PM2.5 può aumentare il rischio di mortalità

Il PM2.5 prodotto dal traffico rappresenta solo una parte delle polveri sottili, ma uno studio europeo su oltre 9 milioni di decessi mostra un’associazione più forte con la mortalità per tumore.

 

Smog, traffico, tumori

La quantità di polveri sottili nell’aria non racconta tutta la storia. Una quota relativamente piccola di PM2.5 può avere un impatto sanitario maggiore di quanto suggerisca il dato complessivo, se quelle particelle provengono dal traffico. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato su Nature Sustainability, che ha analizzato il rapporto tra esposizione alle polveri sottili di origine stradale e mortalità per cancro in otto Paesi europei, compresa l’Italia. La ricerca ha preso in esame oltre 9,2 milioni di decessi per tumore registrati tra il 2010 e il 2019 in Austria, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Il risultato porta al centro una questione rilevante per le politiche sulla qualità dell’aria: non conta soltanto quante particelle vengono respirate, ma anche da quale fonte provengono.

Le particelle prodotte dal traffico e il rischio per la salute
I ricercatori hanno combinato dati sanitari, informazioni sulla composizione delle polveri e modelli in grado di attribuire una parte dell’inquinamento alle diverse fonti emissive. L’obiettivo era distinguere il PM2.5 associato al traffico da quello generato da altre attività, come il riscaldamento o l’agricoltura. L’analisi rileva che l’esposizione alle particelle attribuibili al traffico è associata a un rischio di mortalità per tumore superiore, in una misura compresa tra il 13% e il 26%, rispetto a quello osservato considerando esclusivamente il PM2.5 totale.
Il dato non significa che ogni particella abbia un effetto identico. Le polveri sottili sono infatti una miscela di sostanze diverse e la loro composizione varia in base alla fonte che le produce. Le emissioni legate alla circolazione stradale possono contenere componenti provenienti dai processi di combustione, ma anche dall’usura di freni, pneumatici e superfici stradali. La ricerca individua inoltre un’associazione con esposizioni di breve periodo, comprese tra uno e quattordici giorni. Un elemento che amplia la prospettiva: la salute può essere influenzata non solo dall’esposizione accumulata nel tempo, ma anche dai picchi di inquinamento atmosferico.

Una quota limitata, ma un peso rilevante
Pur rappresentando solo una parte delle concentrazioni complessive di PM2.5, il traffico risulta associato a circa il 6% dei decessi per tumore attribuibili alle polveri sottili nella popolazione adulta dei Paesi analizzati. È questo il passaggio che rende lo studio particolarmente significativo per le città. Le politiche contro lo smog urbano misurano generalmente il successo attraverso la riduzione delle concentrazioni complessive di inquinanti. Ma ridurre la massa totale di PM2.5 potrebbe non essere l’unico parametro utile per valutare i benefici sanitari. Intervenire sulle fonti che producono le particelle più dannose può avere un valore specifico. Nelle aree urbane, dove milioni di persone vivono, lavorano o frequentano quotidianamente strade ad alta intensità di traffico, l’esposizione può essere particolarmente rilevante. Ridurre la congestione, contenere le emissioni vicino alle zone più frequentate e migliorare le alternative all’auto privata sono quindi misure che incidono non solo sulla quantità di inquinanti presenti nell’aria, ma potenzialmente anche sulla loro composizione.

Cosa cambia per le politiche nelle città
Lo studio non individua una singola soluzione, ma indica una direzione per rendere più precise le strategie sulla qualità dell’aria. Se particelle provenienti da fonti diverse possono avere effetti sanitari differenti, monitorare esclusivamente la concentrazione totale di PM2.5 rischia di fornire un quadro incompleto. Per le città italiane ed europee il tema riguarda direttamente mobilità, pianificazione urbana e salute pubblica. Le politiche sulle zone a basse emissioni, il potenziamento del trasporto pubblico e la riduzione del traffico nelle aree più dense possono essere valutati anche in questa prospettiva: limitare l’esposizione delle persone alle sorgenti più problematiche. La ricerca aggiunge così un elemento concreto al dibattito sulle polveri sottili. La domanda non è più soltanto quante particelle ci sono nell’aria. Diventa sempre più importante capire quali particelle respiriamo e da dove arrivano. Perché anche una quota minoritaria del PM2.5, se prodotta da una fonte con effetti sanitari più rilevanti, può avere conseguenze che i valori medi dell’inquinamento non riescono da soli a spiegare.

Marilisa Romagno
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