17/06/2026 - 12:08

Siccità, la nuova mappa globale svela dove l’agricoltura è più vulnerabile

Uno studio pubblicato su Nature Communications individua gli hotspot mondiali della vulnerabilità agricola alla siccità. La ricerca mostra come interventi mirati su irrigazione e scelta delle colture possano ridurre drasticamente le perdite produttive.

Siccità

A fornire una risposta è uno studio realizzato dal Politecnico di Torino e dall’Università del Delaware, pubblicato su Nature Communications, che ha sviluppato una nuova metodologia per identificare le aree agricole più vulnerabili alla siccità e quantificare le perdite produttive associate agli eventi climatici estremi. Negli ultimi decenni la produzione alimentare mondiale è cresciuta rapidamente grazie alla diffusione di poche colture ad alta resa, come riso, mais e frumento. Questo modello ha consentito di aumentare la disponibilità di cibo, ma ha anche favorito una crescente specializzazione agricola che in molti casi ha ridotto la capacità dei sistemi produttivi di reagire agli shock climatici.

Dove si concentrano i rischi maggiori
Per analizzare il problema, i ricercatori hanno studiato 17 delle principali colture alimentari mondiali, responsabili di circa il 75% della produzione agricola globale. Attraverso nuove metriche, sono riusciti a misurare con elevata precisione quanto le rese agricole siano influenzate dalla scarsità d’acqua e dalle alte temperature nei diversi contesti geografici. L’analisi ha evidenziato l’esistenza di veri e propri hotspot di vulnerabilità, aree nelle quali le condizioni climatiche e le caratteristiche delle colture si combinano amplificando il rischio di perdite produttive. Tra le zone più esposte figurano il Midwest degli Stati Uniti, il Brasile orientale, la Spagna orientale e ampie aree dell’India centrale e settentrionale. In questi territori la frequenza e l’intensità delle siccità possono avere conseguenze particolarmente severe sulla produttività agricola.

Il ruolo decisivo dell’irrigazione
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda la differenza tra colture irrigue e colture dipendenti esclusivamente dalle precipitazioni. Le produzioni supportate da sistemi di irrigazione riescono infatti a mantenere una maggiore stabilità anche durante i periodi di stress idrico, mentre le coltivazioni pluviali risultano molto più vulnerabili alle variazioni climatiche. Secondo gli autori, tuttavia, l’espansione dell’irrigazione può rappresentare una soluzione efficace soltanto se accompagnata da una gestione sostenibile delle risorse idriche, evitando un ulteriore sfruttamento delle falde sotterranee già in sofferenza in molte aree del pianeta.

Come ridurre le perdite agricole
Lo studio individua anche possibili strategie di adattamento. In particolare, la combinazione tra irrigazione sostenibile e sostituzione delle colture più sensibili con varietà più resistenti potrebbe produrre benefici significativi. Nel caso delle colture monsoniche, come mais e miglio, questa strategia consentirebbe di ridurre di oltre il 60% le perdite associate agli eventi climatici estremi e di aumentare contemporaneamente la produttività media del 14%. Si tratta di indicazioni che possono supportare governi, istituzioni e organizzazioni internazionali nella definizione di politiche agricole più efficaci, orientando gli investimenti verso le aree dove l’adattamento climatico può generare i maggiori benefici. In uno scenario caratterizzato da temperature in aumento e disponibilità idrica sempre più incerta, la capacità di individuare in anticipo le fragilità del sistema agricolo diventa uno strumento essenziale per proteggere la produzione alimentare mondiale e rafforzare la resilienza delle comunità più esposte.

Marilisa Romagno
autore
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