10/04/2026 - 16:37

Beewashing: salvare le api non basta a proteggere la biodiversità

Sostenibilità aziendale

La crescente attenzione verso le api mellifere ha generato il fenomeno del "beewashing": iniziative che, pur sembrando pro-ambiente, non incidono sulle vere cause della perdita di biodiversità.

La scienza avverte: un eccesso di api da allevamento può danneggiare gli impollinatori selvatici attraverso competizione e trasmissione di malattie, alterando gli equilibri naturali.

Per le aziende, la credibilità delle strategie ESG dipende da interventi scientificamente fondati e misurabili, che superino le azioni puramente simboliche.

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L'attenzione pubblica e le strategie di sostenibilità aziendale si sono concentrate quasi esclusivamente sull'ape domestica (Apis mellifera), celebrata per la produzione di miele e per il suo ruolo nell'impollinazione agricola. Tuttavia, questa narrazione rischia di essere una semplificazione pericolosa.

Esistono oltre 20.000 specie di api e più di 200.000 specie di impollinatori selvatici che sono i veri, silenziosi motori degli ecosistemi naturali.

Rete Clima, ente tecnico specializzato in progetti ESG e tutela ambientale, lancia l'allarme sul rischio del beewashing: iniziative che, dietro la lodevole intenzione di "salvare le api", non affrontano le radici del problema della perdita di biodiversità.

Che cos'è il beewashing e perché è un rischio

Il termine "beewashing", coniato in ambito scientifico nel 2015, descrive quelle pratiche semplicistiche che si presentano come un contributo alla tutela degli impollinatori, ma che in realtà non aiutano la conservazione delle specie selvatiche né migliorano la salute degli ecosistemi. Spesso si tratta di azioni isolate, come l'installazione di alveari aziendali, che intercettano una sensibilità ambientale diffusa ma mancano di una reale connessione con le dinamiche ecologiche. Il pericolo non è solo la scarsa efficacia, ma anche distogliere risorse e attenzione da interventi strutturali ben più necessari, come la tutela degli habitat, la rigenerazione ambientale e la riduzione dell'inquinamento.

“La conservazione degli ecosistemi è un tema che non può essere affrontato attraverso semplificazioni o azioni isolate: il punto centrale non è aumentare il numero di alveari di api mellifere al presunto scopo di aumentare l’impollinazione naturale, e quindi tutelare gli ecosistemi, ma è invece quello di migliorare le condizioni ecologiche che consentono alle diverse specie di vivere e di prosperare dentro gli ecosistemi stessi", dichiara Paolo Viganò, Fondatore di Rete Clima“La biodiversità e la biocomplessità rappresentano il presupposto di questo equilibrio: è la qualità degli habitat a determinare la resilienza degli impollinatori, specie quelli selvatici, e più in generale degli ecosistemi”.

Gli effetti negativi sulle specie selvatiche

Le evidenze scientifiche sono chiare: un'eccessiva concentrazione di api mellifere può avere conseguenze negative sugli impollinatori selvatici. Uno dei rischi maggiori è lo spillover di patogeni, ovvero la trasmissione di malattie dalle specie allevate, spesso tenute in gran numero, a quelle selvatiche, che possono essere molto più vulnerabili.

A questo si aggiunge una forte competizione per le risorse floreali. In aree con molti alveari e pochi fiori, le api domestiche, molto efficienti e numerose, possono sottrarre il nettare e il polline necessari alla sopravvivenza delle specie autoctone. Questo dimostra che la salvaguardia della natura richiede una visione sistemica e non un approccio focalizzato su una singola specie.

Il ruolo delle imprese e le strategie ESG

Per le aziende, la tutela della biodiversità è un pilastro sempre più centrale nei modelli di valutazione ESG, nel reporting di sostenibilità e nelle decisioni degli investitori. In questo scenario, la credibilità non si basa più su azioni simboliche, ma sulla coerenza scientifica e sulla misurabilità degli impatti positivi. Un'azienda che vuole davvero fare la differenza deve adottare un approccio olistico e tecnicamente valido: dalla gestione sostenibile del verde alla riqualificazione di habitat naturali, fino a progetti di rigenerazione che rafforzino concretamente gli ecosistemi locali.

"Il rischio del beewashing - conclude Viganò - è quello di generare una percezione di impatto positivo verso la conservazione della natura e della biodiversità che però non è supportata da risultati reali: questo può portare a implicazioni non solo ambientali ma anche reputazionali. Un contesto in cui la solidità scientifica delle iniziative ambientali diventa anche un elemento determinante di credibilità per le imprese."

Andrea Pietrarota
Direttore Responsabile
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