26/11/2025 - 10:07

Le imprese italiane e la biodiversità: molte ne parlano, poche agiscono davvero

Una nuova ricerca della POLIMI School of Management rivela che, su 600 imprese italiane analizzate, meno di un terzo ha avviato azioni concrete per tutelare la biodiversità. Nonostante il tema sia sempre più rilevante per competitività, normativa e rischi climatici, gli interventi restano limitati a pochi settori ad alto impatto e l’adozione di tecnologie avanzate è ancora frammentata. Startup e PMI innovative giocano però un ruolo decisivo nel monitoraggio, nella conservazione e nelle pratiche rigenerative.

biodiversità aziende

La biodiversità è ormai un tema economico e strategico, destinato a entrare stabilmente nelle logiche aziendali e nelle politiche pubbliche. Il nuovo Osservatorio “Innovazione per la Biodiversità”, promosso dalla POLIMI School of Management insieme all’Istituto Sant’Anna e al National Biodiversity Future Center grazie a fondi del PNRR, ha analizzato 569 Dichiarazioni Non Finanziarie di aziende italiane e il lavoro di decine di startup per misurare quanto la tutela degli ecosistemi sia realmente integrata nel mondo produttivo.

Molte aziende ne parlano, ma poche intervengono

Circa il 62% delle imprese pubblica una DNF, e due su tre citano il tema biodiversità. Tuttavia, solo 151 aziende hanno avviato interventi concreti, pari al 27% dell’intero campione. Molte si fermano alla comunicazione senza tradurre l’impegno in azioni strutturali. I settori più attivi sono quelli a maggiore impatto ambientale, come Energy&Utilities, Consumer Staples e Materials, che da soli rappresentano quasi un quarto delle iniziative.

Interventi ancora limitati e orientati alla reputazione

Le misure prevalenti riguardano sensibilizzazione, conservazione degli habitat, monitoraggio ambientale e ripristino degli ecosistemi. Meno diffuse sono le azioni lungo la filiera o le attività di ricerca, spesso più complesse e costose. Le aziende privilegiano interventi rapidi e visibili, con benefici comunicativi immediati ma con un impatto trasformativo ancora ridotto.

Il ruolo cruciale delle startup: monitoraggio, conservazione e pratiche rigenerative

Le soluzioni tecnologiche delle startup rappresentano uno dei fronti più dinamici. Oltre la metà delle tecnologie mappate è di tipo digitale. L’Intelligenza Artificiale viene utilizzata per analizzare dati satellitari e ottimizzare pratiche agricole rigenerative, mentre i droni supportano l’agricoltura di precisione e la piantumazione nelle aree difficili da raggiungere. Ampio spazio trovano anche le biotecnologie, preziose per ridurre l’uso di input chimici attraverso bio-input, biostimolanti e sistemi di biocontrollo. Tuttavia, il monitoraggio della biodiversità resta un punto debole: solo il 16% delle startup sviluppa tecnologie dedicate, mentre una quota ben maggiore si concentra su conservazione, protezione delle foreste e ripopolamento degli insetti impollinatori. Oltre il 51% delle startup lavora invece sulla valorizzazione della biodiversità, con pratiche agricole rigenerative, tutela delle specie indigene e soluzioni che riducono il consumo di acqua e suolo.

Un cambiamento necessario per competitività e resilienza

Integrare la biodiversità nelle strategie aziendali non è più una scelta etica ma un fattore competitivo essenziale. Significa ridurre rischi legati alla crisi climatica, rispondere alle richieste normative, accedere a capitali ESG e costruire valore nel lungo periodo. La ricerca dimostra però che il percorso è solo all’inizio e che le imprese davvero attive sono ancora poche. La spinta più forte arriva da normative, incentivi e dalla crescente richiesta di mercato verso modelli produttivi sostenibili.

Tommaso Tautonico
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