31/03/2026 - 12:32

Indonesia, l’autosufficienza alimentare ed energetica accelera la deforestazione

In Indonesia la perdita di foreste è salita del 66% nel 2025, raggiungendo il livello più alto degli ultimi otto anni. Dietro il balzo ci sono la spinta all’autosufficienza su cibo ed energia, l’espansione di miniere e piantagioni e un indebolimento delle tutele ambientali, secondo i dati diffusi da Auriga Nusantara e ripresi da Reuters. 

deforestazione

L’Indonesia torna al centro dell’allarme globale sulla deforestazione non per un evento isolato, ma per una scelta di sistema: la spinta del governo verso l’autosufficienza alimentare ed energetica sta producendo un’accelerazione nella perdita di foreste che riporta il Paese ai livelli peggiori degli ultimi otto anni. Secondo Reuters, che cita i dati del think tank Auriga Nusantara, nel 2025 sono stati cancellati 433.751 ettari di foresta, contro i 261.575 del 2024, con un aumento del 66%.

Non si tratta soltanto di un arretramento ambientale, ma del prezzo ecologico di una strategia nazionale che lega Indonesia, sicurezza alimentare, bioenergia e sviluppo industriale. È questo l’angolo che rende la vicenda molto più ampia di una classica notizia verde, perché coinvolge filiere agricole, scelte energetiche, uso del suolo e tenuta delle protezioni pubbliche. Reuters riferisce che Auriga attribuisce il balzo della deforestazione all’indebolimento delle salvaguardie ambientali e alla forte espansione dei programmi su cibo ed energia.

Il peso della strategia su cibo, energia e materie prime

Secondo Reuters, il governo ha destinato nel 2025 circa 20,6 milioni di ettari di aree forestali a programmi legati a cibo, energia e acqua, e il 43% di queste superfici era costituito da foresta naturale. Nello stesso quadro, oltre 78mila ettari della cosiddetta “food reserve forest” sono stati disboscati nel solo 2025. Auriga collega inoltre la perdita di copertura forestale sia ai progetti per la produzione agricola, sia alla conversione di aree verso piantagioni industriali destinate alla bioenergia, oltre che a concessioni per carbone, oro e nichel.

Qui emerge un passaggio cruciale per la leggibilità della notizia: la transizione non produce automaticamente esiti sostenibili. Una parte del danno, infatti, viene associata anche a filiere che vengono spesso raccontate come funzionali alla sicurezza energetica. Reuters segnala che quasi 38mila ettari sono stati persi all’interno delle grandi concessioni di palma da olio e che oltre 41mila ettari sono stati convertiti in concessioni minerarie per carbone, oro e nichel. In altre parole, la pressione sulle foreste arriva contemporaneamente dall’agroindustria, dall’energia e dall’estrazione dei metalli strategici.

Dove la perdita di foreste corre di più

Il deterioramento non è uniforme. L’isola più colpita è stata il Borneo, seguita da Sumatra e Papua, mentre la provincia con le perdite più gravi è risultata East Kalimantan, cioè l’area della nuova capitale pianificata del Paese. Reuters riporta anche aumenti molto forti in tre province di Sumatra già colpite da alluvioni e frane: Aceh ha segnato un +426% rispetto al 2024, North Sumatra un +281% e West Sumatra addirittura un +1.034%.

Questo dettaglio cambia il significato della notizia. Non si parla solo di alberi abbattuti, ma di territorio più esposto a eventi estremi e di una relazione sempre più evidente tra trasformazione del suolo e vulnerabilità delle comunità. Lo stesso impianto analitico di Auriga, in una pagina dedicata al monitoraggio della deforestazione, sottolinea che le pressioni derivano dall’espansione delle industrie estrattive e delle piantagioni su larga scala, e che l’impatto non si esaurisce nella perdita di copertura forestale ma investe qualità ambientale, corsi d’acqua, alluvioni e condizioni sociali delle comunità locali.

Una notizia che riguarda anche l’economia verde

La forza editoriale di questa storia sta nel suo carattere ibrido. L’Indonesia è uno dei grandi nodi mondiali delle materie prime strategiche e delle catene industriali collegate alla transizione, ma i numeri del 2025 mostrano che la corsa allo sviluppo può avere un costo crescente in termini di foreste e stabilità ecologica. Reuters ricorda che il Paese ospita alcuni dei sistemi forestali e della biodiversità più ricchi al mondo, ma allo stesso tempo basa una quota rilevante della propria economia su miniere e piantagioni di palma.

Anche per questo la vicenda ha un interesse che va oltre il Sud-Est asiatico. Il caso indonesiano mette in discussione una narrativa rassicurante secondo cui sicurezza delle filiere, autosufficienza e transizione industriale procederebbero sempre nella stessa direzione. Qui, invece, le tre dimensioni entrano in conflitto. E il risultato è un aumento netto della pressione su ecosistemi che hanno un ruolo centrale sia per il clima sia per la biodiversità globale.

Il segnale politico dietro i numeri

Auriga, citata da Reuters, sostiene che l’attuale amministrazione stia proseguendo un modello già visto negli anni precedenti, fondato su grandi progetti strategici e su un quadro normativo percepito come meno protettivo per l’ambiente. Il ministero delle Foreste, sempre secondo Reuters, ha dichiarato che rafforzerà le misure di controllo sulla deforestazione e che i programmi strategici saranno valutati senza trascurare la tutela forestale.

Per una testata digitale, il nodo vero è questo: l’autosufficienza può diventare una parola ad alta tensione editoriale quando entra in collisione con il territorio. In Indonesia è successo nel 2025, e i dati indicano che il conto ambientale non è più marginale. Se la traiettoria resterà questa, la storia non parlerà soltanto di foreste perdute, ma del modo in cui le politiche industriali e alimentari stanno ridefinendo gli equilibri tra crescita, risorse e rischio ecologico. 

Tommaso Tautonico
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