26/05/2026 - 12:37

Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo: la nuova mappa globale delle disuguaglianze termiche

Non è solo una questione di temperature. Uno studio pubblicato su Nature Sustainability mostra come il rischio legato al caldo estremo dipenda da lavoro, infrastrutture, salute e accesso ai servizi. Quasi 600 milioni di persone vivono oggi in condizioni di grave vulnerabilità termica.

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Il caldo può diventare una trappola anche dove le temperature non sembrano proibitive. E può essere meno devastante in paesi abituati da sempre a convivere con condizioni climatiche estreme. È questa una delle conclusioni più sorprendenti della ricerca pubblicata su Nature Sustainability da un gruppo di studiosi del CMCC, della University of Bristol e dell’Università Ca’ Foscari Venezia, che introduce un nuovo concetto destinato a entrare nel dibattito internazionale: la Systemic Cooling Poverty.

Tradotto letteralmente significa “povertà sistemica del raffrescamento”, ma il significato va ben oltre la semplice impossibilità di accendere un condizionatore. Secondo i ricercatori, il rischio legato al caldo estremo nasce dall’intreccio di più fattori: abitazioni inadeguate, assenza di spazi verdi, servizi sanitari insufficienti, lavori svolti in condizioni insicure, difficoltà economiche e accesso limitato alle infrastrutture urbane.

Lo studio ha analizzato 28 paesi del Sud Globale, rappresentando circa tre miliardi di persone. I risultati mostrano che oltre due terzi della popolazione vive in condizioni di insicurezza termica almeno in una delle dimensioni considerate, mentre quasi 600 milioni di individui affrontano contemporaneamente molteplici forme di vulnerabilità.

Quando il caldo diventa una disuguaglianza

L’aspetto più rilevante della ricerca è forse il cambio di prospettiva. Per anni il dibattito internazionale si è concentrato soprattutto sulla povertà energetica o sull’accesso all’aria condizionata. Ma secondo gli autori questa lettura è ormai insufficiente.

Antonella Mazzone, ricercatrice della University of Bristol e collaboratrice del CMCC e del Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari Venezia, spiega che la vulnerabilità termica non dipende soltanto dal reddito o dal clima. Conta anche la capacità di un territorio di proteggere le persone attraverso servizi, pianificazione urbana, accesso alla salute e tutela del lavoro.

Per questo la ricerca costruisce un indice multidimensionale basato su cinque elementi: esposizione climatica, infrastrutture e beni, disuguaglianze sociali e termiche, salute, istruzione e standard lavorativi.

Ed è proprio quest’ultima dimensione a emergere come la più critica. Secondo lo studio, circa 2,2 miliardi di persone vivono in contesti in cui istruzione insufficiente, precarietà lavorativa e mancanza di protezioni aumentano enormemente il rischio legato alle alte temperature.

Le città più calde non sono sempre le più vulnerabili

Uno dei dati che rompe maggiormente gli schemi riguarda il rapporto tra clima e vulnerabilità. Paesi come Indonesia, Egitto e Giordania, pur convivendo stabilmente con temperature elevate, mostrano livelli relativamente bassi di vulnerabilità sistemica grazie a infrastrutture migliori e a un maggiore accesso ai servizi.

Al contrario, stati come Etiopia o Repubblica Democratica del Congo risultano molto più esposti pur registrando temperature medie meno estreme. A fare la differenza sono le fragilità sociali, sanitarie e infrastrutturali.

“La Systemic Cooling Poverty non può essere ridotta semplicemente a una questione di reddito e clima”, sottolinea Enrica De Cian, ricercatrice del CMCC e docente a Ca’ Foscari. Lo studio evidenzia infatti una correlazione debole tra PIL pro capite e livelli di vulnerabilità termica, dimostrando che la crescita economica da sola non garantisce protezione.

Anche le città raccontano questa contraddizione. Giacomo Falchetta, primo autore dello studio, osserva che una metropoli in cui la diffusione dell’aria condizionata è elevata non è automaticamente una città sicura dal punto di vista termico. Se gli spazi pubblici diventano invivibili, se il lavoro all’aperto resta esposto o se l’accesso alla salute è diseguale, il rischio continua a crescere.

Dal Sud Globale alle città europee

La ricerca guarda soprattutto ai paesi del Sud Globale, ma il messaggio riguarda sempre più anche Europa e Nord America. Negli ultimi anni le ondate di calore stanno trasformando le città in ambienti ad alto rischio sanitario, sociale ed economico.

Il concetto di thermal justice citato dagli autori amplia ulteriormente il dibattito: chi ha davvero la possibilità di proteggersi dal caldo? Chi vive in quartieri verdi e ventilati e chi invece in aree dense di cemento? Chi può interrompere il lavoro durante le ore più critiche e chi no?

La risposta, suggerisce lo studio, sta diventando una nuova linea di frattura sociale globale.

Per questo l’indice sviluppato dai ricercatori viene proposto come uno strumento operativo per governi e amministrazioni locali. Può aiutare a individuare dove intervenire, quali vulnerabilità affrontare e quali politiche adottare: più aree verdi e blu, edilizia più resiliente, protezioni per i lavoratori esposti, accesso sanitario diffuso e pianificazione urbana adattata alle temperature estreme.

Il rischio, altrimenti, è che il caldo smetta di essere soltanto un fenomeno climatico e diventi una delle principali forme di disuguaglianza del XXI secolo.

Tommaso Tautonico
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