14/09/2026 - 11:16

Ex Ilva, confermato lo stop dell’area a caldo entro il 28 ottobre

La Corte d’Appello di Milano respinge la richiesta di sospensiva: l’area a caldo dello stabilimento di Taranto dovrà fermarsi entro fine ottobre. Cresce l’incertezza sul futuro industriale e occupazionale.

Ex Ilva

Per l’ex Ilva di Taranto la data decisiva resta il 28 ottobre. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento che impone il blocco dell’area a caldo, confermando la scadenza fissata a fine luglio. Una decisione che riporta in primo piano il conflitto tra tutela della salute, continuità produttiva e futuro di uno degli impianti industriali più strategici del Paese.

L’istanza di sospensiva era stata presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Al centro della decisione dei giudici c’è il bilanciamento tra interessi costituzionalmente tutelati: da una parte l’esercizio dell’attività d’impresa, dall’altra il diritto dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle emissioni. Per la Corte, in questo conflitto deve prevalere la tutela della salute.

Cosa succede all’ex Ilva entro il 28 ottobre

Il provvedimento riguarda il cuore della produzione primaria dello stabilimento di Taranto. Lo spegnimento coinvolge l’area a caldo, che comprende gli impianti attraverso i quali vengono realizzate le prime fasi del ciclo siderurgico. La decisione di luglio prevedeva 90 giorni per fermare le attività, termine che porta appunto al 28 ottobre 2026.

La società aveva chiesto di sospendere l’esecutività del provvedimento sostenendo il rischio di un danno grave e irreparabile. Secondo la posizione avanzata dai ricorrenti, lo spegnimento potrebbe compromettere gli impianti e avere conseguenze sulla continuità produttiva, sugli investimenti pubblici effettuati negli anni e sull’occupazione. La vicenda è stata portata anche davanti alla Cassazione, ma i tempi della decisione potrebbero andare oltre la scadenza prevista per il fermo.

La posta in gioco supera i confini dello stabilimento pugliese. L’impianto occupa direttamente circa 8 mila persone e alimenta un vasto sistema di imprese dell’indotto. È inoltre l’unico grande sito italiano che produce acciaio attraverso il ciclo integrale basato su minerale di ferro e carbone, una caratteristica che rende la sua sorte rilevante anche per la politica industriale nazionale.

Salute, lavoro e futuro della siderurgia

La decisione della Corte arriva mentre resta aperta la ricerca di una soluzione industriale per l’impianto. Il governo ha indicato la possibilità di mantenere una partecipazione pubblica in presenza di un piano industriale credibile, mentre la prospettiva di lungo periodo passa anche dalla trasformazione tecnologica della produzione, con forni elettrici e utilizzo di DRI, il preridotto di ferro.

Sul fronte occupazionale, la sentenza aumenta la pressione sull’indotto Ilva. Secondo quanto riportato nei giorni scorsi, circa 2.500 lavoratori delle aziende collegate allo stabilimento erano già al centro del confronto con governo e sindacati. Oggi, 14 settembre è iniziato uno sciopero di 24 ore dell’indotto, accompagnato da un blocco stradale sulla Taranto-Statte, mentre le organizzazioni sindacali chiedono nuove garanzie per i lavoratori.

La scadenza del 28 ottobre diventa così il nuovo riferimento attorno al quale si concentrano tre questioni rimaste per anni intrecciate: protezione della salute dei cittadini, salvaguardia dell’occupazione e trasformazione della produzione siderurgica. La decisione dei giudici non risolve il futuro industriale dell’ex Ilva, ma riduce ulteriormente il tempo a disposizione per trovare una soluzione capace di tenere insieme questi obiettivi.

Tommaso Tautonico
autore
Articoli correlati