09/07/2026 - 18:48

Clima e debito pubblico: il nuovo spread che può costare all'Italia fino a 6 punti di PIL

Il cambiamento climatico non minaccia soltanto agricoltura, infrastrutture e salute. Secondo il CMCC potrebbe sottrarre fino al 6% del PIL italiano entro il 2050, aumentare il costo del debito e raddoppiare il rischio di crisi fiscale.

spread climatico

Il cambiamento climatico potrebbe diventare uno dei principali fattori di instabilità delle finanze pubbliche italiane. Non per un improvviso shock finanziario, ma attraverso un processo lento e cumulativo: meno crescita economica, meno gettito fiscale, più debito e maggiori costi di finanziamento.

È questo il quadro delineato dall'analisi del CMCC, realizzata insieme a Deloitte Climate & Sustainability e alla European University Institute, che per la prima volta quantifica il legame tra rischio climatico e sostenibilità del debito pubblico italiano. Il risultato è un concetto destinato a entrare nel dibattito economico dei prossimi anni: lo spread climatico.

Quando il clima entra nei conti dello Stato

Secondo lo studio, in assenza di adeguate politiche di mitigazione e adattamento, entro il 2050 l'Italia potrebbe registrare un livello di prodotto interno lordo inferiore fino al 6% rispetto a uno scenario senza danni climatici. Per un Paese caratterizzato da una crescita strutturalmente debole, significa perdere fino al 15% della crescita economica potenziale prevista tra il 2025 e il 2050.

La perdita non riguarda soltanto la ricchezza prodotta. Una crescita più lenta riduce la base imponibile, rende più difficile contenere il rapporto debito/PIL e restringe progressivamente lo spazio fiscale disponibile per investimenti, welfare e servizi pubblici.

Secondo i modelli del CMCC, il rischio climatico potrebbe cancellare buona parte degli sforzi di consolidamento fiscale previsti nei prossimi decenni. In uno scenario senza danni climatici il rapporto debito/PIL potrebbe tornare intorno al 100% entro metà secolo; con impatti climatici elevati il debito rimarrebbe invece vicino ai livelli attuali.

Lo spread climatico può aumentare il costo del debito

Il meccanismo individuato dai ricercatori ricorda quello già noto ai mercati finanziari: a un rischio percepito maggiore corrisponde un costo del finanziamento più elevato.

Lo studio stima che il premio richiesto dagli investitori per detenere debito italiano possa aumentare mediamente di 42-46 punti base negli scenari climatici più severi. È questo il cosiddetto spread climatico, destinato ad aggiungersi alle tradizionali vulnerabilità fiscali del Paese.

L'effetto rischia di diventare circolare. Una crescita più debole aumenta il debito, un debito più elevato alimenta lo spread, lo spread rende più costoso rifinanziare il debito stesso e questo finisce per comprimere ulteriormente le risorse pubbliche disponibili.

Negli scenari peggiori, la spesa per interessi potrebbe arrivare ad assorbire fino al 7,7% del PIL, una quota che limiterebbe significativamente la capacità dello Stato di intervenire proprio nei momenti di maggiore vulnerabilità climatica.

Ondate di calore, siccità e produttività: dove nasce il danno economico

Dietro le grandezze macroeconomiche ci sono impatti molto concreti sull'economia reale.

Il rapporto evidenzia un aumento delle ondate di calore, una progressiva siccità strutturale e un incremento degli eventi estremi che colpiscono contemporaneamente infrastrutture, agricoltura, turismo e produttività del lavoro. Già entro il 2030 la severità delle ondate di calore potrebbe aumentare di quattro o cinque volte rispetto ai livelli storici.

I danni annuali alle infrastrutture italiane potrebbero crescere dagli attuali 400 milioni di euro a circa 5 miliardi entro il 2050, mentre considerando anche gli effetti indiretti il costo complessivo potrebbe raggiungere tra 11,5 e 18 miliardi di euro all'anno.

L'agricoltura rischia perdite fino a 30 miliardi di euro negli scenari emissivi più elevati, mentre il turismo potrebbe subire una riduzione della domanda fino all'8,9%, con effetti particolarmente rilevanti sulle località balneari e montane.

Anche il mercato del lavoro risulta esposto. Dopo il terzo giorno consecutivo di temperature superiori ai 30 gradi, ogni ulteriore giornata di caldo estremo si associa a una riduzione dei tassi di occupazione provinciali pari a 0,56 punti percentuali.

Mitigazione e adattamento diventano una politica economica

Il messaggio centrale dello studio è che le politiche climatiche non possono più essere considerate esclusivamente strumenti ambientali.

Per un Paese ad alto debito e ad alta esposizione climatica come l'Italia, mitigazione e adattamento diventano politiche di stabilità economica e finanziaria. Secondo le stime riportate nel rapporto, ogni euro investito in prevenzione può evitare tra quattro e sette euro di danni futuri.

La domanda, sostengono gli autori, non è più se il rischio climatico sia destinato a produrre effetti economici rilevanti, ma quanto costerà ritardare le decisioni necessarie per ridurlo.

Tommaso Tautonico
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