15/07/2026 - 12:58

Anche spendendo 100 miliardi l'anno l'Europa eliminerebbe meno del 2% dei PFAS

Le tecnologie di bonifica oggi disponibili riuscirebbero a rimuovere meno del 2% delle emissioni annuali di PFAS in Europa anche con investimenti enormi. Lo studio riapre il dibattito su chi dovrà sostenere i costi dell'inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche e su quanto sia ancora efficace puntare sulla sola bonifica.

Pfas

Se una sostanza rimane nell'ambiente per decenni, si accumula nell'acqua, nel suolo e negli organismi viventi e continua a essere emessa più velocemente di quanto si riesca a rimuoverla, il problema non è più la pulizia. È la produzione.

È la conclusione a cui arriva un nuovo studio pubblicato su Environmental Science: Processes & Impacts: anche investendo circa 100 miliardi di euro ogni anno nelle tecnologie oggi disponibili, l'Europa riuscirebbe a eliminare meno del 2% delle emissioni annuali di PFAS, le cosiddette sostanze chimiche permanenti presenti in migliaia di prodotti industriali e di consumo.

Il dato cambia radicalmente il modo in cui il problema viene affrontato da governi e imprese. Per anni il dibattito si è concentrato sulle tecnologie di bonifica e sui sistemi di trattamento delle acque contaminate. Lo studio suggerisce invece che l'unica strategia realmente efficace sia ridurre le emissioni all'origine e accelerare la sostituzione delle sostanze più problematiche.

Perché la bonifica non basta

Le tecnologie di trattamento funzionano nei punti in cui la contaminazione è concentrata, come gli impianti di depurazione, le discariche o alcuni siti industriali. Il problema è che una parte crescente dei composti fluorurati è ormai dispersa nell'ambiente in concentrazioni molto basse ma distribuite praticamente ovunque.

Tra le sostanze considerate più problematiche dai ricercatori compare il TFA, l'acido trifluoroacetico, un composto estremamente mobile che può diffondersi rapidamente nelle falde e nelle acque superficiali rendendo la rimozione tecnicamente ed economicamente proibitiva.

Il risultato è che la velocità con cui l'Europa produce nuovi PFAS rimane enormemente superiore alla capacità di intercettarli e distruggerli.

Il conto economico rischia di ricadere sui cittadini

Il tema non riguarda soltanto l'ambiente. Una valutazione realizzata per la Commissione europea ha stimato che i costi sanitari e ambientali associati all'inquinamento da PFAS potrebbero raggiungere i 440 miliardi di euro entro il 2050 con le politiche attuali, mentre gli scenari più severi portano il conto complessivo fino a 1.700 miliardi di euro.

I PFAS sono stati associati a diverse patologie, tra cui alcuni tumori, alterazioni del sistema immunitario e problemi dello sviluppo e della fertilità.

Per questo i ricercatori insistono sull'applicazione del principio chi inquina paga, evitando che i costi delle bonifiche vengano trasferiti ai sistemi sanitari, alle utility idriche o alla fiscalità generale.

Un tema che riguarda anche l'Italia

L'Italia conosce bene il problema. Il caso della contaminazione in Veneto è considerato uno dei più grandi episodi europei di esposizione della popolazione ai PFAS attraverso l'acqua potabile e continua a rappresentare un riferimento nel dibattito europeo sulla regolazione delle sostanze perfluoroalchiliche.

La nuova evidenza scientifica aggiunge però un elemento ulteriore: aspettare di intervenire dopo la contaminazione potrebbe non essere più economicamente sostenibile.

Per molte sostanze chimiche la bonifica rappresenta l'ultima linea di difesa. Per i PFAS, secondo i ricercatori, potrebbe essere già troppo tardi per considerarla la soluzione principale.

Tommaso Tautonico
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