08/04/2020 - 17:24

Riconversione Industriale come modello di rilancio del Green Deal europeo

di Orazio Alario.

L’incessante avanzata, su scala globale, della pandemia legata al Covid-19 ha portato l’Unione Europea, nelle ultime settimane, ad aprire un dibattito al quanto significante sugli investimenti legati al Green Deal varato dall’Europarlamento lo scorso autunno. Il piano europeo, creato per una nuova transizione energetica, non è stato ancora concretamente avviato ma rischia già di essere compromesso dalla piena crisi emergenziale in corso, la quale vedrebbe varare verso di essa buona parte dei finanziamenti garantiti agli stati europei sul fronte ambientale.

Riconversione Industriale come modello di rilancio del Green Deal europeo
Le misure lanciate dal Green Deal europeo prevedono, appunto, la mobilitazione di circa mille miliardi di euro per rendere l’economia del vecchio continente totalmente sostenibile attraverso un programma dalla durata trentennale che mira nei primi anni ad una riduzione delle emissioni di CO2 del 50% fino al raggiungimento dell’obiettivo finale previsto per il 2050 con un modello di società totalmente carbon neutrality. 

Sul piano strategico, la progettualità porta con se la forte ambizione di rendere l’intera comunità europea virtuosa verso una economia totalmente sostenibile e che non sia minimamente dannosa per l’ambiente sul fronte produttivo. 

Dal punto di vista finanziario, i mille miliardi non soltanto rimangono una cifra previsionale, ma sarà compito della Commissione Europea, quello di indirizzare i piani previsti verso un’ottica decisamente più chiara, attraverso il quadro finanziario pluriennale, di cui il prossimo è previsto per il periodo 2021-2027. Oltretutto, una minima percentuale di tale cifra proverrà da finanziamenti dell’UE, in quanto la parte più rilevante sarà rappresentata da investimenti privati e da cofinanziamenti dei Paesi membri
 
Una sfida al quanto complessa da un punto di vista economico, considerate le incertezze sulle modalità di sostegno agli Stati stessi. Oltretutto le vere difficoltà devono essere ricercate anche nelle tempistiche d’intervento, per comprendere in quanti anni diverse comunità europee, ancora quasi totalmente legate ai vecchi processi industriali, riusciranno a rivoluzionare l’interno sistema energetico e produttivo. Pertanto, sarà fondamentale accompagnare le ambizioni proposte dalle alte cariche di Bruxelles verso dei piani di responsabilità in cui le variabili in gioco dovranno seguire un programma totalmente delineato. 

Ad avvalorare la tesi sulle evidenti difficoltà di numerosi Stati europei, sul velocizzare la fase di transizione verso quelle energie pulite che guardino all’eolico, fotovoltaico, auto elettriche, impianti a biogas, vi è il caso dei paesi dell’Est Europa dove attualmente una delle fonti primarie del sistema energetico rimane il carbone. Nel breve periodo, decarbonizzare l’industria di questi apparati produttivi sarebbe positivo da un punto di vista ambientale e della salute umana, ma non per l’economia e per i livelli occupazionali di queste realtà, considerando che Stati, come la Polonia, contano più di 100 mila posti di lavoro nella produzione dello stesso carbone. Sarebbe, dunque, fondamentale guidare questi modelli di società verso accurati sistemi di riconversione industriale ancor prima di fissare lo sguardo verso nuove configurazioni del proprio sistema energetico. 

In una Europa che appare seriamente intenzionata ad intraprendere in maniera definitiva uno sviluppo sostenibile, l’Italia ha la possibilità di ritagliarsi un importante ruolo all’interno di questi processi. Rispetto alla vicina Germania per larga parte ancora troppo dipendente dai vecchi modelli industriali, il nostro ha in corso un serio programma di decarbonizzazione da adempiere entro il 2030 oltre ad avere attuato un piano energetico, su eolico e fotovoltaico in costante crescita. Se da una parte si fa largo il tentativo di inseguire la virtuosità chiesta dall’UE, dall’altra bisogna tenere presente quanto risorse come petrolio e gas abbiano incessantemente pesato sui processi industriali italiani dallo scorso secolo a questa parte. 

Il mercato degli idrocarburi ha avuto, sull’economia italiana, una influenza al quanto rilevante in cui impattano le attività produttive dei giacimenti e l’esplorazione per la ricerca upstream. Il costante crollo della produzione degli stessi idrocarburi su scala globale e la crescita della convinzione nel procedere verso un Green Deal europeo, potrebbero inserire l’industria italiana in una posizione di guida verso quella parte di economia circolare in grado di portare innovazione e, al tempo stesso, rinnovamento. L’Italia certamente, come ribadito tramite una position paper da parte degli industriali, non è all’anno zero in tema di green economy. Sembrerebbe, infatti esserci l’intenzione nel completare la transizione verso nuovi modelli sostenibili attraverso specifici obiettivi che guardino alla crescita della capacità impiantistica virtuosa dello Paese stesso e che programmino l’abbattimento di tutte le barriere non tecnologiche responsabili di bloccare lo sviluppo. 

Un ulteriore punto di forza per l’Italia e per l’Europa nei nuovi processi di riconversione industriale, attraverso l’applicazione di un Green Deal, sarebbe quello incentrato sulle bonifiche dei Siti d’interesse nazionale (SIN). Attualmente, le procedure di risanamento ambientale in diverse zone procedono eccessivamente a rilento, senza considerare le percentuali ancora troppo basse delle aree bonificate in maniera definitiva. L’incremento degli impegni sul fronte delle bonifiche, porterebbe ad un accordo con le grandi imprese nel realizzare nuovi piani di sviluppo impiegando le aree risanate con nuovi modelli sostenibili. 

Tali considerazioni, contraddistinguono l’importanza di un Green Deal europeo, nato per contrastare i repentini cambiamenti climatici, ma che al momento si dirige verso un preoccupante pericolo di rinvio e ridimensionamento per fare fronte a misure economiche e sanitarie conseguenziali alla pandemia di Covid-19. Eppure, considerando che le affinità dei pericoli che l’intero pianeta attraversa tra coronavirus e riscaldamento globale, siano piuttosto analoghe, la miopia delle superpotenze difficilmente sarà accettata. 

L’Unione Europea ha, dunque, la necessità di attuare il suo piano sostenibile, anticipando addirittura USA o Cina che, attualmente non hanno attuato azioni efficaci per la salvaguardia dell’ambiente. Un momento storico per rendere le imprese sostenibili pronte a nutrirsi di nuove competenze evitando la catena di ripercussioni che impatterebbero sulla stabilità economica dei Paesi tutt’ora in via di sviluppo, dandogli il tempo necessario per avviare la fase di transizione tra vecchie e nuove fonti energetiche. All’Europa dunque il compito di anticipare e gestire il nuovo processo di coesistenza, tra industria e ambiente, che rappresenta la vera sfida di questo secolo.

A cura di Orazio Alario, ingegnere ambientale.
Andrea Pietrarota
Direttore Responsabile

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