30/06/2016 - 17:30

Progetto Wadis-Mar: stop a desertificazione e siccità conservando le acque degli wadi

Migliorare il coinvolgimento dei soggetti interessati, a partire dagli agricoltori. Dare valore alle ricerche interdisciplinari svolte da partnership miste, composte cioè da esperti di diverse materie e di diversa provenienza geografica. Riconoscere che la ricerca scientifica è un importante supporto agli investimenti volti a ottimizzare la qualità e la disponibilità delle acque.
Queste sono solo alcune delle raccomandazioni rivolte a decisori politici, agli agricoltori e all'intero sistema dell'istruzione (scuole e università) emerse nei giorni scorsi nel convegno internazionale di chiusura del progetto Wadis-Mar (Water harvesting and Agricultural techniques in Dry lands: an Integrated and Sustainable model in MAghreb Regions), organizzato dal Nucleo di ricerca sulla desertificazione (NRD) dell'Università di Sassari. L'occasione ha richiamato nella città del nord Sardegna eminenti personalità del mondo scientifico e delle istituzioni internazionali da anni impegnate su temi come la crescente desertificazione e la scarsità d'acqua. Tra questi Andrew H. Manning dell'US Geological Survey, Rudy Rossetto della Scuola Sant'Anna di Pisa, Daniel Tsegai della UNCCD (Organizzazione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione), Wail Benjelloun, presidente di UNIMED (Unione delle Università del Mediterraneo), Wafa Essahli, presidente del network "Desertnet international", Grammenos Mastrojeni, consigliere d'ambasciata e focal point italiano all'UNCCD. Il progetto nasce da un'intuizione di Giuseppe Enne, presidente del comitato scientifico dell'NRD: sottrarre al deserto e all'evaporazione milioni di metri cubi di acqua che in modo tumultuoso, violento e repentino alimentano nel giro di due o tre settimane i Wadi, dei corsi d'acqua periodici ed effimeri, tipici delle zone aride. Una soluzione è suggerita da Giorgio Ghiglieri, professore di Idrogeologia dell'Università di Cagliari e coordinatore del progetto, che propone la ricarica artificiale degli acquiferi.

Wadis-Mar è partito quattro anni e mezzo fa coinvolgendo, oltre all'NRD, capofila, la Universitat de Barcelona (UB), l'Observatoire du Sahara et du Sahel (OSS) di Tunisi, l'Institut des Régions Arides (IRA) di Médenine, in Tunisia, e l'Agence Nationale des Ressources Hydrauliques (ANRH) di Algeri. Obiettivo era arrivare a un modello integrato, sostenibile e partecipato di raccolta dell'acqua e della sua gestione in agricoltura nelle due regioni magrebine di Oued Biskra, in Algeria, e di Oum Zessar, in Tunisia, caratterizzate da scarsità della risorsa idrica, sovrasfruttamento delle acque sotterranee e un'elevata vulnerabilità ai rischi legati ai cambiamenti climatici. L'appuntamento organizzato per fare il punto sui risultati raggiunti, non solo ha visto personalità rappresentative delle organizzazioni mondiali lavorare fianco a fianco con studiosi ed esperti all'elaborazione di raccomandazioni, rivolte alle istituzioni e al mondo dell'istruzione, ma ha anche dato modo di passare in rassegna dati, nuovi sistemi di gestione del suolo, nuovi strumenti per un'agricoltura più produttiva e sostenibile. A rischio di desertificazione più di un quarto del Pianeta. Lo scenario di partenza è quello attuale, illustrato da Daniel Tsegai: "Le terre aride ricoprono il 39,7 % della superficie terrestre, in cui vive più del 34% della popolazione del Pianeta" dice. Un problema a cui si somma quello della degradazione del suolo, aggiunge Tsegai, e su cui cambiamenti climatici e azione dell'uomo incidono parecchio. Un esempio di quel che accade arriva dal bacino del Mediterraneo dove, spiega Giovanni Barrocu, docente di Geologia applicata all'Università di Cagliari, "Dati recenti mostrano l'esistenza di un fenomeno di sovrastruttamento degli acquiferi costieri, con conseguente salinizzazione delle acque sotterranee dell'area del Mediterraneo, che contribuisce ad accelerare i fenomeni di desertificazione".

Come fare a garantire un futuro alle generazioni che verranno? Tra le soluzioni proposte c'è anche quella illustrata da Dirk Raes, professore nell'Università di Lueven, in Belgio, che per la FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, ha contribuito a sviluppare un sistema sperimentato con successo in Etiopia e Bolivia: inserendo in un modello matematico dati sul terreno, sulle colture, sul clima, è possibile valutare in anticipo la produttività per unità di superficie di suolo consumato. Nella pratica questo, insieme ad alcuni accorgimenti come anticipare l'epoca di semina o irrigare solo in alcuni momenti del ciclo colturale, si traduce nella possibilità di raddoppiare il raccolto (e quindi avere più cibo) utilizzando meno acqua. L'azione di Wadis-Mar. Nel critico quadro internazionale, e tra le diverse strategie possibili, Wadis- Mar si inserisce come un modello di buona prassi. "La prima cosa da capire è che nelle zone aride, anche se poca, l'acqua c'è, ma bisogna imparare a gestirla nel modo appropriato", spiega Giorgio Ghiglieri. Quel che serve è un ampio spettro di azioni mirato a cambiare non solo le modalità di gestione, ma anche la cultura su questo prezioso bene, che è limitato. "Si può fare evitando gli sprechi- prosegue Ghiglieri- insegnando alla popolazione che in agricoltura si può risparmiare l'acqua utilizzando tecniche studiate per questo". Non solo: per evitare i pericoli legati alla siccità è importante prepararsi prima, evitando di agire nell'emergenza: "La prevenzione si fa a tutti i livelli- aggiunge Ghiglieri- Formando la popolazione, gli agricoltori, i tecnici, sino ai decisori politici. Esiste un costo per tutto questo, ma il prezzo da pagare per agire a calamità avvenuta sarebbe molto più alto".

Nelle due aree in cui è stato realizzato, Wadis-Mar, tenendo conto delle esperienze maturate dalla tradizione locale, dopo aver studiato la composizione idrogeologica del territorio, è passato all'analisi del possibile utilizzo di alcune acque sotterranee per tutti gli usi, quindi non solo irriguo, ma anche potabile, ad esempio. Attraverso un grande sforzo di ricerca multidisciplinare (geologia, idrogeologia, idrochimica, agronomia etc.) sono inoltre state individuati due acquiferi, cioè due serbatoi d'acqua naturali, in cui effettuare degli interventi di ricarica artificiale. Tali interventi hanno visto l'utilizzo di sistemi MAR (Managed Aquifer Recharge), progettati per catturare le acque superficiali degli Wadi e conservarle nel sottosuolo, in modo da aumentare la disponibilità delle risorse idriche sotterranee e ridurre l'evaporazione. Ancora: sono stati fatti investimenti per la diffusione di informazioni agrometeorologiche e di bollettini meteo (l'agricoltura non può prescinderne) e per la formazione del personale addetto. Non è tutto: sono stati resi percorribili dei sistemi colturali, riguardanti l'irrigazione o l'uso appropriato di acque saline, capaci di rendere il terreno produttivo anche in zone un cui la mancanza d'acqua ha un'influenza negativa sulla crescita delle colture arboree ed erbacee. Infine, investimenti sono stati fatti per organizzare 17 workshop di formazione per 220 persone, di cui il 50% donne, mirati a trasferire conoscenze sulla gestione sostenibile e integrata delle risorse idriche in agricoltura.

"L'esperienza ha insegnato che disporre di riserve idriche è una condizione necessaria ma non sufficiente per garantire un buon uso dell'acqua- dice Pier Paolo Roggero, direttore del Centro NRD- Inoltre, una buona governance dell'acqua è spesso ostacolata da regole e istituzioni inadeguate e competenze non chiare o sovrapposte tra le varie agenzie e istituzioni che dovrebbero occuparsene". Problematiche, queste, espresse anche dai partecipanti al convegno che hanno così deciso di elaborare delle raccomandazioni rivolte alle istituzioni. Oltre a quelle già citate, ci sono anche: l'istruzione, la collaborazione (e la connessione) tra istituzioni e organizzazioni, la multidisciplinarietà della ricerca e dell'istruzione, la valorizzazione delle esperienze eredità delle popolazioni, il coinvolgimento delle parti interessate nella ricerca e nella definizione delle politiche, lo sviluppo di reti a scala di bacino, lo sviluppo di network di ricerca, un approfondito dibattito sul valore economico dell'acqua prima ancora di deciderne il prezzo, l'aumento della consapevolezza attraverso azioni locali e l'intervento dei mass media. Wadis- Mar è uno dei cinque progetti dimostrativi che rientra nel programma regionale SWIM (Sustainable Water Integrated Management), finanziato dall'Unione Europea.
Tommaso Tautonico
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