In
Italia l'attività estrattiva di
petrolio si svolge sia a
terra (nel 2009 si sono estratte 4 milioni di tonnellate) sia sui
fondali marini (circa 525.000 tonnellate).
La
Basilicata è la sede storica dei più grandi pozzi: qui si estrae oltre il
70% del petrolio nazionale proveniente dai giacimenti della Val d'Agri (Eni e Shell).
Le regioni in cui sono presenti
pozzi a terra sono l'
Emilia Romagna, il
Lazio, la
Lombardia, il
Molise, il
Piemonte e la
Sicilia; nel
mare sono attive
9 piattaforme, per un totale di 76 pozzi estrattivi, 2 di fronte la costa marchigiana (Civitanova Marche - MC), 3 dinanzi quella abruzzese (Vasto - CH) e le altre 4 nel canale di Sicilia prospiciente il tratto di costa tra Gela e Ragusa.
In Italia nel
2009 sono state estratte complessivamente
4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 6% dei consumi totali nazionali di greggio.
Ma la corsa all'oro nero è solo all'inizio:
65 sono infatti le
nuove istante per permessi di ricerca di idrocarburi presentate negli ultimi due anni, che vanno ad aggiungersi agli attuali
95 permessi (24 a mare per un'area di circa 11 mila kmq; 71 a terra per oltre 25 mila kmq) già rilasciati nel nostro Paese.
Tra le
cause principali della proliferazione delle istanze per permessi di ricerca si ha l'
aumento del
costo del barile (tra 75 e 80 dollari per barile), la
facilità delle
procedure per ottenerli e il
mancato coinvolgimento delle comunità locali.
E tutto questo sta accadendo proprio in contemporanea al disastro che ha colpito lo scorso 20 aprile il
Golfo del Messico quando si è aperta una falla nella piattaforma petrolifera
Deepwater Horizon della British Petroleum, da cui tuttora sgorga incessante il greggio.
"In seguito a questo gravissimo incidente - ha dichiarato
Stefano Ciafani, Responsabile scientifico Legambiente - sono state davvero
propagandistiche le risposte date dal nostro governo. Il 3 maggio scorso, l'ex ministro
Scajola ha convocato i rappresentanti degli operatori offshore per avere notizie sui sistemi di sicurezza ed emergenza senza risultati concreti. È importante notare che il
risanamento per un incidente come quello americano nel nostro paese non sarebbe risarcito in maniera adeguata dai responsabili. Infatti ancora oggi le
nostre leggi non hanno ancora risolto il problema del
risarcimento in caso di disastro ambientale e inoltre le piattaforme non sono coperte dalle convenzioni internazionali. Altrettanto propagandistico ci è sembrato il provvedimento preso dal governo italiano a tutela di mare e coste nello schema di decreto di
riforma del codice ambientale, approvato in Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell'Ambiente
Stefania Prestigiacomo".
"Si tratta di un provvedimento dall'
efficacia davvero
relativa - ha continuato
Stefano Ciafani - La norma non si applica infatti a pozzi e piattaforme esistenti. E poi cosa cambierebbe se un incidente avvenisse in un pozzo o una piattaforma localizzata al di là di 5 o 12 miglia dalle coste? In caso di incidente sarebbe comunque un
dramma per i nostri mari e per il Mediterraneo. Se spostassimo, infatti, la
marea nera che sta inquinando il Golfo del Messico nell'Adriatico la sua estensione si spingerebbe da
Trieste al
Gargano".
Assomineraria stima che il settore estrattivo in Italia potrebbe portare un
risparmio di 100 miliardi di euro nelle importazioni di greggio dall'estero nei prossimi 25 anni e la
creazione di
34 mila posti di lavoro; numeri che però non reggono se confrontati con un investimento nel settore della green economy e delle rinnovabili che porterebbe in Italia
150 - 200 mila posti di lavoro in piu' entro il 2020 e l'
adempimento degli
accordi internazionali sui cambiamenti climatici,
in primis quello dell'Unione Europea del
202020 (20% risparmio energetico, 20% produzione da fonti rinnovabili, 20% riduzione emissioni di CO2).