Spesso vediamo le piattaforme al largo delle nostre coste, dei bestioni enormi in mare con il compito di
estrarre dal sottosuolo gli idrocarburi, una risorsa enorme quanto sono in attività, ma poi? Quando il giacimento si esaurisce quale è la soluzione migliore per il loro destino? Vi sembrerà una pazzia ma la soluzione migliore sia da un punto di vista economico e soprattutto
ecologico è quella di affondarla.
Direte voi, siamo già sommersi da
catastrofe ambientali in mare ed ora proponiamo di affondare le piattaforme petrolifere? Ebbene Luca Vignoli, collaboratore dell'Arpa in quel di Rimini ha dettagliato in modo approfndito ad Eni come è possibile "trasformare" le piattaforme in disuso in degli hot spots di
biodiversità biologica, cioè delle oasi di ripopolamento marino dove le reti dei pescatori non possono arrivare. Nella zona tra Comacchio e Rimini ci sono più di 20 piattaforme offshore mentre in tutto l'Adriatico ce ne sono più di 80; paradossalmente invece per l'Eni c'è l'obbligo di, una volta esaurita la concessione mineraria,
bonificare i siti di estrazione e smaltire le piattaforme dismesse, questo significherebbe solo una cosa: riportarle a terra, smantellarle ed inviare i pezzi al ferrovecchio, con un esborso di costi non indifferente. Sul sito www.lucavignoli.it sono disponibili in modo del tutto gratuito i materiali sul progetto in questione, dategli un'occhiata e vedrete che non è affatto una cattiva idea, anzi.