20/03/2014 - 12:34

Acqua in bocca! Quello che il cibo non dice sullo spreco della risorsa

Siamo campioni inconsapevoli di consumo idrico ogni italiano 'beve' oltre 6 mila l di acqua al giorno nascosta nei prodotti consumati. Per un sistema alimentare piu' sostenibile il rapporto Wwf "L'impronta idrica dell'Italia" segnala a cittadini, imprese e decisori politici il consumo nascosto delle risorse idriche sostenibilità made in italy: il caso "Mutti".
Attenti allo spreco d'acqua nascosto nel piatto: un rapporto del WWF lanciato in vista della Giornata Mondiale dell'Acqua - 22 marzo - mostra per la prima volta quanta acqua è nascosta nel cibo prodotto sul nostro territorio o importato e sottolinea la necessità di essere più consapevoli quando si sceglie la consueta fettina di carne, la pasta o la frutta esotica. A rischio sono non solo le nostre falde acquifere ma anche le risorse idriche di angoli remoti del pianeta potenzialmente a rischio siccità:siamo infatti il terzo Paese importatore al mondo di acqua 'virtuale' o nascosta nei cibi 'stranieri', con 62 miliardi di m3 l'anno. La disponibilità pro-capite d'acqua dolce è in costante diminuzione e la tendenza, vista la crescita della popolazione globale, il cambiamento climatico e le economie emergenti, è di un'ulteriore riduzione dell'oro blu.
 Il rapporto WWF "L'impronta idrica dell'Italia", realizzato da Marta Antonelli e Francesca Greco del King's College London, si inserisce all'interno della roadmap WWF di avvicinamento ad EXPO Milano 2015, che vedrà l'associazione impegnata - in qualità di "Civil Society Participant"- in una serie di iniziative per portare il tema dell'alimentazione sostenibile all'attenzione di istituzioni, imprese e cittadini coinvolti nell'evento, nell'ambito del programma WWF "One planet food" (www.oneplanetfood.info). A seconda di dove avvenga effettivamente l'utilizzo dell'acqua, il report distingue due componenti: l'impronta idrica della produzione (volume totale di acqua dolce utilizzato all'interno dell'Italia per i beni prodotti nel nostro territorio) e l'impronta idrica del consumo (volume totale di acqua dolce utilizzato per tutti i beni consumati dagli italiani, inclusa l'acqua impiegata in altri paesi per produrre le merci importate).

L'acqua in ciò che produciamo
L'impronta idrica della produzione in Italia ammonta a circa 70 miliardi di m3 di acqua l'anno. L'agricoltura è il settore economico più assetato d'Italia con l'85% dell'impronta idrica della produzione, comprendendo l'uso di acqua per la produzione di colture destinate all'alimentazione umana e al mangime per il bestiame (75%), e per pascolo e allevamento (10%). Il restante 15% dell'impronta idrica della produzione è suddiviso tra produzione industriale (8%) e uso domestico (7%). Dopo oltre 60 anni di agricoltura intensiva e cambio d'uso del territorio, lo sfruttamento e l'inquinamento delle acque hanno provocato un declino degli habitat d'acqua dolce italiani e una perdita di servizi ecosistemici. Ciò è particolarmente evidente in quelle regioni, come quelle del bacino del fiume Po, dove l'economia è più forte e l'acqua deve essere suddivisa tra diversi usi (per esempio, agricoltura, industria, città, ecosistemi).

L'acqua che consumiamo in Italia
L'impronta idrica dei consumi in Italia è di circa 132 miliardi di m3 di acqua l'anno (oltre 6mila litri pro capite al giorno) e comprende anche l'acqua nei beni importati. Da solo, il consumo di cibo (che include sia prodotti agricoli sia di origine animale) contribuisce all'89% dell'impronta idrica totale giornaliera degli italiani. Il consumo di acqua per usi domestici (per pulire, cucinare, bere, etc.) è solo il 4 % dell'acqua che consumiamo ogni giorno, mentre l'acqua "incorporata" nei prodotti industriali rappresenta il 7% . I prodotti di origine animale (compresi latte, uova, carne e grassi animali) rappresentano quasi il 50% dell'impronta idrica totale dei consumi in Italia. Il consumo di carne, da solo, contribuisce a un terzo dell'impronta idrica totale. La seconda componente principale dell'impronta idrica è generata dal consumo di oli vegetali (11%), cereali (10%) e latte (10%). L'analisi dell'impronta idrica può facilitare la comprensione delle problematiche relative alla scarsità idrica sia a livello nazionale sia locale, evidenziando il legame tra acqua e sicurezza alimentare.
"Essere più consapevoli nelle nostre scelte alimentari può ridurre sensibilmente il nostro impatto sull'ambiente poiché la disponibilità pro capite d'acqua dolce è in costante diminuzione - sostiene Eva Alessi responsabile sostenibilità WWF Italia - L'impronta idrica di una nazione porta alla luce il consumo nascosto di risorse idriche, la dipendenza dalle acque di altri paesi e gli impatti sulle nostre stesse risorse idriche nazionale. La sfida che lanciamo come WWF è quella di un approccio integrato tra il mondo scientifico, i cittadini, le imprese, i decisori politici, le organizzazioni e i consumatori e tutte le altre organizzazioni non governative per una transizione verso un sistema alimentare più sostenibile. L'appuntamento dell'Expo 2015 può rappresentare una buona occasione per dimostrare che un'alimentazione sostenibile è possibile".

SOSTENIBILITA' MADE IN ITALY: IL CASO "MUTTI"
A partire dal 2010 Mutti, azienda leader di mercato nella produzione di pomodoro , ha analizzato con il WWF Italia e il sostegno dell'Università della Tuscia i consumi idrici della propria produzione, utilizzando come indicatore di sostenibilità proprio l'impronta idrica, dalla coltivazione dei pomodori al confezionamento del prodotto finito. I risultati mostrano come l'impronta idrica dell'approvvigionamento delle materie prime rappresenti il 98% del totale, con il ruolo predominante (84%) della coltivazione del pomodoro. Con l'impegno di ridurre sia l'impronta idrica (-3% entro il 2015) attraverso misure per migliorare l'efficienza e l'efficacia dell'irrigazione e l'uso di fertilizzanti, Mutti ha coinvolto tutta la filiera agricola in un percorso concreto a favore dell'ambiente (http://www.mutti-parma.com/wwf#), sperimentando un innovativo servizio di gestione dell'irrigazione con l'obiettivo di limitare l'uso di acqua ai soli volumi e periodi necessari. Le aziende agricole coinvolte sono riuscite così a risparmiare in media il 14% dell'acqua. L'esperienza di Mutti dimostra come attraverso tecnologie e investimenti mirati sia possibile ridurre l'impatto ambientale di un settore strategico come quello agricolo. Rappresenta un esempio virtuoso poiché sta aumentando il livello di eccellenza delle proprie produzioni rendendole sempre più coerenti a obiettivi ambientali misurabili e tangibili, un'assunzione di responsabilità su questioni ambientali che sono di carattere globale ma che dipendono dalle scelte individuali e imprenditoriali.

Classifica europea e mondiale dell'impronta idrica
In Europa, l'Italia è tra i paesi con la maggiore impronta idrica, essendo del 25% più alta della media dell'Unione europea, che ammonta a 1.836 m3 pro capite l'anno, ed essendo più alta anche rispetto alla maggior parte dei paesi vicini, come Francia e Germania. A livello globale, l'impronta idrica dell'Italia è il 66% più alta della media mondiale, che ammonta a 1.385 m3 pro capite l'anno.
La dipendenza dell'Italia da risorse idriche di altri paesi
L'impronta idrica dei consumi nazionali può essere ulteriormente distinta tra impronta idrica interna ed esterna. L'impronta idrica esterna è un indicatore di quanto l'Italia si affidi alle risorse idriche esterne per soddisfare la propria domanda di prodotti alimentari e industriali. Circa il 60% dell'acqua virtuale contenuta nei prodotti agricoli consumati in italia è importato. Dall'analisi emerge come l'Italia si basi in misura considerevole sulle risorse idriche esterne per soddisfare le esigenze della propria popolazione. L'Italia si classifica come il terzo importatore netto di acqua virtuale al mondo (circa 62 miliardi di m3 l'anno), dopo Giappone e Messico e subito prima di Germania e Regno Unito. Questo quantitativo di acqua virtuale è equivalente a quasi una volta e mezzo il deflusso annuale del Po. Allo scopo di incrementare la consapevolezza e richiedere agli attori che operano nella filiera produttiva (in particolare nel settore agricolo-industriale), ai decisori e ai cittadini una gestione più efficace e sostenibile delle risorse idriche. Conclusione?? Vogliamo mettere le pillole?
Marilisa Romagno
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